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NOTA DI LETTURA
Felice Serino, Prospettive 2024
Prospettive 2024 è un libro che nasce da una lunga fedeltà alla poesia. Non è una raccolta di esiti occasionali, né un diario lirico affidato all'urgenza del momento. È piuttosto il punto di condensazione di una pratica poetica che da anni interroga nodi esistenziali come la vita, la morte, il sacro e il tempo senza mai ridurli a concetti, ma lasciandoli vivere nella forma breve del verso. Fin dalle prime poesie, infatti, emerge con chiarezza una scelta precisa. Serino scrive per sottrazione riducendo il linguaggio senza impoverirlo. In Mare aperto scrive: "parvenza: luogo altro: il sogno che muove ondivaghi sensi" e poi, con una chiusa che vale come dichiarazione di poetica, "l'anima è un mare aperto". Qui non c'è descrizione né spiegazione. C'è un'affermazione che resta sospesa, consegnata al lettore, chiamato a sostare dentro quel vuoto di senso che la parola apre. Questo movimento tra visibile e invisibile attraversa tutta la raccolta. In Il mare era una favola il risveglio interrompe una dimensione altra, che però continua a pesare nella memoria. "avevo lasciato un mare che era una favola un'immensa tavola imbandita per i gabbiani a frotte". Il tono, qui, è narrativo, quasi dimesso, ma il rimpianto non è mai sentimentalismo. È piuttosto la constatazione di una perdita che riguarda tutti, è la difficoltà di restare in una dimensione di pienezza. Il rapporto con l'altro, e quindi con l'amore, è affrontato senza idealizzazione. In Amo l'idea l'autore distingue con lucidità tra l'esperienza e la sua proiezione mentale. "più che amarla amo l'idea di lei" e ancora "dove saremo domani quando il mondo per noi sarà sparito". L'amore qui è uno stato dell'essere, fragile e interrogativo, non una risposta definitiva. Certamente però uno dei nuclei più forti del libro è il confronto con il sacro, che non assume mai toni devozionali facili. Il sacro in Serino, infatti, è spesso attraversato dalla fatica, dal dubbio, dalla consapevolezza del limite. In Dismesso l'abito, la morte viene detta come passaggio silenzioso. "dismesso l'abito mi accompagnarono i cari estinti portatori di umiltà" e soprattutto "non parole la bocca colma di luce". Qui il silenzio è più eloquente di qualsiasi discorso teologico. Anche quando il riferimento religioso è esplicito, come in L'ultima parola, dedicata a Giobbe, il testo non indulge certo nella retorica. "ridotto a solo guscio grumo di dolore fino a che non implorò basta hai vinto è tua l'ultima parola". La fede appare come una prova estrema, non come consolazione. Accanto alla dimensione spirituale, Serino, d'altro canto, mantiene uno sguardo vigile sul presente storico e sociale. In Quale limite , per esempio, mette in scena l'isolamento di chi parla di libertà. "aveva appena letto che subito arricciarono il naso quelli che si conformano" e poi "candidamente parlava di libertà". È questa una poesia che mostra il disagio provocato da parole ancora vive, in un contesto che preferisce l'adattamento. Il tema del tempo e dell'età attraversa molti testi. In Un verso l'autore riflette sul proprio stare nel tempo con una sincerità disarmata. "sono anziano e ancora affamato di sogni" e "i migliori versi vengono nella veneranda età" Non c'è compiacimento, ma nemmeno rinuncia. La scrittura resta un bisogno vitale.
La poesia di Serino è anche costantemente attraversata dal corpo, inteso come luogo di esperienza e di limite. In Viaggi psichici scrive: "hai dimestichezza con la morte con la stessa naturalezza del tuo saperti eterno". È una frase che tiene insieme finitezza e aspirazione, senza scioglierne la tensione. Tra le molte poesie della raccolta, Essere può essere assunta, infine, come testo emblematico. "farti nell'aria stretta virgola di cielo essere che scalzi la morte diminuirti per espanderti". In pochi versi si concentrano i tratti più riconoscibili della scrittura di Serino. La brevità, la densità concettuale, il rifiuto dell'enfasi, la fiducia nella parola come strumento di attraversamento, non di possesso. Prospettive 2024 è dunque un libro che non cerca il consenso immediato. Chiede attenzione, chiede tempo, chiede una lettura non distratta. In cambio offre una poesia coerente, onesta, che non alza la voce ma non arretra. Una poesia che continua a interrogare, senza mai chiudere il discorso.
Cipriano Gentilino
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Ho letto Coordinate dell'anima con attenzione, ritrovando una linea di scrittura che nel tempo si è fatta sempre più riconoscibile. È una raccolta che si muove dentro una ricerca interiore costante, dove la poesia diventa uno spazio di osservazione e di ascolto, più che di dichiarazione.
Il libro procede per testi brevi, costruiti su immagini che arrivano per lampi, folgoranti ma non casuali. Non cerca uno sviluppo narrativo: lavora per frammenti, per piccoli nuclei di senso che emergono e si ritirano.
La lettura non è immediata: richiede disponibilità, perché Serino non introduce mai, ti porta dentro già dal primo verso, senza avvertire.
Al centro resta una tensione verso ciò che va oltre il visibile: il tempo, la memoria, qualcosa che si potrebbe chiamare dimensione spirituale, ma che nel libro si manifesta sempre attraverso il concreto. Una panchina ancora calda, una luna che ammicca, un foglietto finito nella centrifuga.
È questa la cifra più riconoscibile della sua scrittura: il metafisico che affiora dal quotidiano, senza forzature, quasi per caso.
Già il titolo indica questa direzione: un tentativo di orientarsi dentro qualcosa che non si lascia fissare del tutto.
Ci sono testi più aperti, dove l'immagine arriva con immediatezza, e altri più chiusi, quasi trattenuti.
Ma proprio questa alternanza restituisce l'idea di una scrittura legata a un movimento reale del pensiero e della percezione, non costruita a tavolino.
Coordinate dell'anima è un libro coerente, fedele al proprio tono, che non cerca effetti ma una continuità di ricerca. Non si offre subito: va avvicinato poco a poco.
Cristina Dorigo
La Via dei Poeti
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Felice Serino, Prospettive 2024
(laviadeipoeti.it, dicembre 2025)
C'è una coerenza silenziosa, quasi sotterranea, che percorre l'intera silloge di Felice Serino: la stessa coerenza di chi ha imparato a scrivere come si respira, per necessità organica, senza concedersi fronzoli né soste decorative. Prospettive 2024, raccolta di cinquantaquattro brevi componimenti pubblicata a dicembre 2025 da laviadeipoeti.it, è l'opera di un poeta che ha affinato negli anni un registro personalissimo, dove la brevità non è povertà ma precisione chirurgica, dove ogni immagine porta il peso di un'intera traiettoria esistenziale. Mario Saccomanno, nella prefazione, introduce il volume attraverso la categoria tolstojana della fede come bisogno primario, il bisogno di credere che smuove il ristagnare della vita. È un'angolatura interpretativa legittima, ma forse riduttiva rispetto all'ampiezza dei registri che Serino mette in campo. La fede, certo, è un asse portante: il nome di Nina che prega i santi, la figura di Lazzaro risvegliato da cento morti, la preghiera a Padre Pio, Giobbe ridotto a grumo di dolore che cede la parola ultima a Dio. Ma accanto a questa dimensione verticale, mistica e cristologica, si dispiegano in queste pagine una fenomenologia del quotidiano e una critica sociale che danno alla raccolta una sostanza tutt'altro che monodimensionale. Serino è un poeta della soglia. Le sue composizioni abitano quella zona di frontiera tra veglia e dormiveglia, tra corpo e anima, tra il visibile e l'indicibile. Il procedimento è quasi sempre lo stesso: una scena concreta come il colpo di sonno davanti allo schermo o la bionda platino sul treno o il ciliegio in fiore davanti casa diventa varco verso un piano di significazione più profondo, senza che il salto retorico sia mai brusco o forzato. È la stessa logica delle visioni ipnagogiche cui allude più volte: nell'interstizio tra gli stati di coscienza si annida ciò che la veglia razionale non sa vedere. In questo, la sua poetica porta un'impronta freudiana dichiarata in la "via regia" dell'inconscio citata in Vite alternative e comunque mai pedantemente psicologistica. Il materiale anzi onirico viene assorbito nella texture poetica senza che la poesia si riduca a referto. Dal punto di vista formale, la cifra più riconoscibile di Serino è la discontinuità sintattica controllata. I versi si interrompono, lasciano spazi bianchi, usano il trattino come sospiro o come cesura netta. Non si tratta di sperimentalismo fine a se stesso: la sintassi spezzata riproduce il ritmo del pensiero quando tocca l'essenziale e ammutolisce proprio come accade nel verso di apertura de L'anima tendeva, dove il tempo ha una sosta nel momento dell'apparizione di Nina. Il linguaggio si fa in quei momenti quasi liturgico, rallentato, capace di portare il silenzio dentro la pagina. Saccomanno parla giustamente di musicalità come elemento costitutivo della poetica seriniana, e ha ragione: c'è una prosodia interna a questi versi, fatta non di misura classica ma di pause, risonanze consonantiche, iterazioni lessicali che funzionano come ritornelli. Tra i temi che più colpiscono il lettore attento vi è la meditazione sull'identità del poeta stesso, affrontata con un pudore ironico che è una delle conquiste più mature del libro. In Belle penne il poeta nega di essere poeta con la stessa difficoltà di chi custodisce nello scrigno del cuore le proprie velleità. Potremmo dire che in questo gesto di negazione-riconoscimento c'è più verità critica di molte autoanalisi esplicite. In Un verso l'anziano poeta si confessa ancora affamato di sogni e di illuminazioni, citando Ungaretti come esempio di mente giovane che vibra in età veneranda. Non è nostalgia: è fedeltà ostinata a una vocazione che non si lascia spegnere dall'usura del tempo. La dimensione sociale, mai prevaricante ma costantemente presente, emerge in alcuni testi di notevole efficacia. Pilato mette in scena Cristo sui barconi dei migranti e la figura del potere che distoglie lo sguardo dalle piaghe in un'immagine di bruciante attualità resa senza slogan né didascalismo. L'intoccabile ritrae con ironia tagliente il politico che ha le mani nella marmellata e la poltrona sempre calda, usando la logica del pluralis maiestatis come maschera del privilegio. Sono le poesie dove Serino lascia entrare il presente più grezzo, e lo fa con la sicurezza di chi sa che anche la cronaca può diventare parabola. Il polo opposto a questa critica del mondo è quello della contemplazione e del raccoglimento: il mare come favola e come apertura dell'anima, le nuvole del cielo viste con occhi innocenti nell'infanzia, il ciliegio che fiorisce su ogni morte. Serino non è un pessimista: è semmai un poeta che sa tenere insieme la ferita e la speranza, il dolore e la bellezza residua. Per tutto questo Prospettive 2024 non è un libro di rottura né un manifesto: è il frutto di una lunga maturazione, e porta visibilmente i segni di un artigianato consapevole. I suoi limiti come qualche scivolata verso l'aforisma facile o qualche titolo che troppo preannuncia ciò che il verso poi svolge, sono minuti rispetto all'intensità complessiva. Felice Serino appartiene a quella generazione di poeti che hanno scelto la via della concentrazione e dell'essenziale contro ogni retorica del lungo respiro, e in questa silloge quella scelta appare pienamente maturata. Un libro che merita lettura lenta, poesia per poesia, lasciando che ogni breve testo apra i suoi cerchi nel lago dello spirito — per usare la bella immagine che lo stesso Serino ci consegna in Allumare.
Cipriano Gentilino
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Caro Felice,
ho letto con viva partecipazione le tue Coordinate dell'anima e ne sono uscito con la sensazione di aver attraversato non una semplice raccolta poetica, ma un vero spazio interiore, fatto di soglie, visioni, dissolvenze e improvvise illuminazioni.
Renzo Montagnoli, nella sua intensa prefazione, coglie con precisione uno degli aspetti più affascinanti della tua poetica: quella continua ricerca introspettiva che non si chiude mai in sé stessa, ma diventa viaggio, "novello Ulisse verso un'Itaca che è la propria dimensione interiore". Ed è proprio questa la cifra più alta dell'opera: la capacità di trasformare l'indagine dell'io in esperienza universale, dove ogni lettore può riconoscere il proprio smarrimento, la propria nostalgia, il proprio anelito di luce.
Scrivi versi che sembrano provenire da una zona di confine fra sogno e veglia, fra materia e trascendenza. La tua parola è spesso evanescente, quasi "ectoplasmatica", per usare un termine caro allo stesso Montagnoli, ma mai vaga o inconsistente: al contrario, essa vibra di immagini memorabili, di intuizioni metafisiche, di lampi spirituali che restano impressi. La poesia diventa allora un varco, uno "stargate" dell'anima, capace di mettere in comunicazione il quotidiano con l'assoluto.
Con stima e sincero apprezzamento.
Enrico Cerquiglini
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Felice Serino, quattro poesie da Coordinate dell'anima
e una nota di lettura di Angela Greco AnGre
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Angelo della volta
benevolo
mi eri
novenne o giù di lì
ché dalla volta mi dettavi
parole
di luce per poesie rimaste nell'aria
indicibili
voci erano
d'un oltretempo
ove si schiude tremulo il
fiore
che porto in me d'eterno
∼
In te l'immenso
quest'allumare
d'anima che
senti come vastità
di rifiorite rive
questo
accogliere in te
l'immenso
oltre
l'esilio di carne
franta
∼
Che luce
che
luce bagnerà
i nostri morti – che amore – se l'uno
nell'altro
si specchieranno – se
si sogneranno: ti chiedi
se
con l'orecchio del cuore
la provvida Madre 'udranno':
"mangiate
di me e non avrete
più fame"
∼
Lavavo la veste
trovai
ch'erano fastidiose mosche
ronzanti nella luce della preghiera
a
non dar peso
imparai dopo lacrime e sangue
lavavo
la veste
invischiata nelle panie della notte
*
La poesia è un dono fatto agli attenti, un dono che implica destino, ha scritto Paul Celan, e con Felice Serino se ne ha la certezza. Autodidatta, conosciutissimo in rete – dove è possibile (inserendo titolo e autore) scaricare anche questo lavoro da cui gli estratti condivisi – ogni raccolta di questo prolifico autore è un dono che si accoglie come quei buoni frutti attesi ogni stagione. E per ogni stagione dell'esistenza, di fatto, Serino ha versi e visioni, letture e proposte sempre credibili e necessarie per affrontare i giorni non semplici di chiunque venga in contatto con questa poesia.
C'è del sacro di per sé nella scrittura in versi, come nel vissuto stesso di ogni essere vivente, ma nel caso di Serino il sacro è fondativo di un sentire che sembra emergere da un altrove custodito nella genetica dello stesso poeta; tanto da estendersi anche quando questi scrive di altro. É la nota che emerge nella sinfonia di una scrittura plurale e plurima e di cui tanto si ha bisogno in questo tempo che ha perso il suo rapporto di fiducia con questo aspetto dell'esistenza. La società attuale sembra non aver bisogno del sacro. La poesia, invece, consente di ricongiungersi con questo aspetto che pure è parte stessa del vivere e, nel caso di Felice Serino, risulta essere l'elemento che riunifica ogni dire sensibilmente sparso in una antologia del vivere, come si potrebbe definire ogni silloge di questo autore.
E il sacro, aspetto che consegna questa poesia alla contemporaneità, quindi, nella pazienza di chi sa del Tempo e della sua estensione, è capace di far germogliare la cura e questa, a sua volta, definisce lo stare al mondo della persona, riconfigurando una dimensione assolutamente necessaria, che Serino semina nei suoi versi con una naturalità disarmante. Il dettaglio, la riflessione, l'attenzione sono protagoniste di una poesia che si consegna ai lettori come una eredità assolutamente da accettare e da tramandare a propria volta. [Angela Greco AnGre]