Poeti vari


CHANDRA CANDIANI

a Misha Alperin

Dammi un gesto vuoto
senza redenzione,
suona al pianoforte
una salvezza per la mia
belva notte,
un a-capo in picchiata
fino alla riga spezzata
ruvida
di ogni poesia.
Sono parola minuscola e nel fitto
e tu già asceta
sei il silenzio
la foresta protesa
al canto di un solo uccello
quello che custodisce
nel becco
il segreto.
Ho l'anima di carta
prende fuoco per un nonnulla.
Il teatro di una piccola
città di mare
da solo nel buio
improvvisi al pianoforte
una prova impossibile.
Qualcuno mi strappa:
«È un momento di segreta
intimità». Ma
c'è piú abissale intimità
di suonare
a un pubblico spaventato
il silenzio
la gioia sfrenata
del silenzio?
Condividiamo il cibo del mondo
Misha
come gli uccelli il vento.
Senza saperlo.
.
Chandra Candiani da 'La bambina pugile'. Einaudi
.
Chandra Livia Candiani all'anagrafe Livia Candiani (Milano, 1952) è una poetessa e traduttrice italiana.

*


TERESIO ZANINETTI

MI APRIRO' IN DUE

Mi aprirò in due
come guscio di ramarro alla frontiera
nel rigonfio del vento, parentesi graffiata
sul prepuzio dei miei sogni rapaci
che già morte pregustano indolore
Mi aprirò in due e sarò in un libro nudo
di bufera il precipizio
mentre cancella solchi d'abracadabra
la vecchia cornamusa avventuriera
Mi aprirò in due, brivido mai raggiunto
al culmine del coltello
nel centro del cranio
Io, come tutti come nessuno
alla foce del capitale
consegnerò la scorza della storia
Mi aprirò in due per non essere Uno
che ancora pensa Trino. Col coltello,
per mostrarti quanto sei lurido,
io mi aprirò in due

*

A questo non m'abituo
(Leggevo il tuo profilo esangue nei libecci
arrancando tra gladioli e fiordalisi
dentro i covoni della morte in panne):
questa luce falsa gli occhi, tradisce
bisogni e pazienze, stronca
sul nascere bocci – a questa luce
dai lividi brulli non s'abitua
il liso ricordo del domani in croce.
(Leggevo le tue rughe nei cristalli tintinnanti
assaporando intrecci mozzati di mani giunte
nel girotondo degli scorticati vivi) –
Forse era Natale o Capodanno, viziate
di droga capitalista le famiglie serravano
pance e manette (panettoni, anitre all'arancia
figli & figlie parenti stretti al collo
da gustare al dente)
-forse era l'altr'anno o non ancora.
Sta di fatto che a quest'aria di morte non m'abituo
Mentre il boia sorride con piacere automatico
ancora la mia mano rifiuta dovute tenerezze.
Sto con le mie prigioni dentro il piombo
del mio corpo stretto. Sto.
Non so come né quando. Sto.
Con il cranio dell'odio di classe. Sto.
In un mattino disatteso e stanco
qualcuno esplorerà il relitto
delle ossute gimcane a piedi freddi.
A questa maturità che selvaggiamente delicata cresce
solo un grido – domando – di vendetta e di riscossa,
dolce e tremendo come il dolore
nel tuo profilo esangue, trasparente, vivo.

*


2 poesie di EUGENIO MONTEJO

Essere qui per anni sulla terra,
con le nuvole che arrivano, con gli uccelli,
sospesi ad ore fragili.
A bordo, quasi alla deriva,
più vicini a Saturno, più lontani,
mentre il sole gira e ci trascina
e il sangue percorre il suo profondo universo
più sacro di tutti gli astri.
Essere qui sulla terra: non più lontani
di un albero, non più inspiegabili;
lievi in autunno, rigonfi in estate,
con ciò che siamo o non siamo, con l'ombra,
la memoria, il desiderio, fino alla fine
(se c'è una fine) voce a voce,
casa per casa,
sia chi porta la terra, se la portano,
sia chi l'aspetta, se l'aspettano,
ogni volta spezzando insieme il pane
in due, in tre, in quattro,
senza dimenticare gli avanzi della formica
che viene sempre da remote stelle
per essere puntuale all'ora della nostra cena
benché amare siano le briciole.

(da Territudine, 1978)
.
.

Lascia che ti ami fino a quando girerà la terra
e gli astri inchinino i loro cranei azzurri
sulla rosa dei venti.
Galleggiando, a bordo di questo giorno
nel quale per caso, per un istante,
ci siamo destati così vicini.
Ho potuto vivere in un altro regno, in un altro mondo,
a molte leghe dalle tue mani, dal tuo sorriso,
su un pianeta remoto, irraggiungibile.
Sono potuto nascere secoli fa
quando non esistevi in nulla
e nelle mie ansie di orizzonte
potevo indovinarti in sogni di futuro,
ma le mie ossa a quest'ora
non sarebbero che alberi o pietre.
Non è stato ieri né domani, in un altro tempo,
in un altro spazio,
né giammai accadrà
quantunque l'eternità lanci i suoi dadi
a favore della mia fortuna.
Lascia che ti ami fino a quando la terra
graviterà al ritmo dei suoi astri
e ad ogni istante ci stupisca
questo fragile miracolo di esser vivi.
Non abbandonarmi fino a quando essa non si fermerà.

(da Papiri amorosi )

.

Eugenio Montejo (Caracas, 19 ottobre 1938 – Valencia, 5 giugno 2008) è stato un poeta e saggista venezuelano.

:


FERNANDO PESSOA

Ho pena delle stelle
che brillano da tanto tempo,
da tanto tempo…
Ho pena delle stelle.
Non ci sarà una stanchezza
delle cose,
di tutte le cose,
come delle gambe o di un braccio?
Una stanchezza di esistere,
di essere,
solo di essere,
l'essere triste lume o un sorriso…
Non ci sarà dunque,
per le cose che sono,
non la morte, bensì
un'altra specie di fine,
o una grande ragione:
qualcosa così, come un perdono?

:


Dylan Marlais Thomas 

(Swansea, 27 ottobre 1914 – New York, 9 novembre 1953) è stato un poeta, scrittore e drammaturgo gallese. Scrisse poesie, saggi, epistole, sceneggiature, racconti autobiografici e un dramma teatrale dal titolo Sotto il bosco di latte (Under milk Wood) la cui versione radiofonica, in cui recitava l'autore stesso, vinse il Prix Italia nel 1954. Autore tardo-modernista e neo-romantico, anticipatore della Beat Generation e dalla vita travagliata, segnata dall'alcolismo, morì a soli 39 anni a causa di polmonite e overdose di morfina somministrata per errore dal medico.

.

https://it.wikipedia.org/wiki/Dylan_Thomas

Fernanda Ferraresso Haziel


Tu, come lama di coltello sei entrata nel mio cuore in lacrime!

Charles Baudelaire, Il vampiro

.

su fondamenti invisibili fuori prospettiva

con precisione chirurgica

la lama della lingua

ha affilato il verbo amare

ma fu un punteruolo

che impugnò il desiderio e impudico

dal quel corpo analfabeta estrasse una costola parlante

l'ombra viva che con il fiato rimodellò

femmina da uno scheletro senza nome

insieme la carne tornita di fresco

ebbe la stessa immagine riflessa divina una sola semenza

ma qualcosa andò per il verso sbagliato e

lei non volle giacere sotto di lui non volle

stare sottomessa per un volere che non fosse il suo

rosso un mare aperto fu la sua casa di tendini e battiti e futura

la conoscenza di se stessa l'albero e il frutto in una sola terra

fuori dalla legge e lettera a se stessa il suo linguaggio

fu notte e crepuscolo

non addomesticabile la sua fiera è monaca ferina

di una natura selvaggia e ingovernabile monca in lei la morte

perché dea di terra in una terra la riconobbe

nel suo ventre radica preistorica una realtà millenaria

della vita e dell'inizio di ogni vita

fertilità di una passione mai prona che ogni regola trasgredisce

su tutto innalzando la bellezza

di tutto quanto è un cosmo creato

notte oscurità penombra è spirito di vento la sua orma

nella tempesta avanza piegando il giglio del suo desiderio

bianco regale e netto da terra si erge innocente in un caos di lussuria

il fiore liberato da qualsiasi sottomissione e ricatto

la sua purezza scintilla su uova di depravazione

la sua astinenza è l'inizio di tutto quanto è possibile ancora

f.f.- L'isola e il cerchio- su fondamenti invisibili fuori prospettiva è l'amore che non si può dire

Amina Narimi


Siamo stati angeli nell'acqua,

piccole stelle dell'alba,

quando ancora le viti erano muschi,

farfalle di mare che andavano alla deriva

sbattendo l'azzurro dei piedi

tra le onde del sole

seguivamo il ronzio genitale dei nostri delfini

i click sordi delle stenelle in amore,

nutrendoci degli errabondi, i mangiatori di luce-

di notte facevamo buon conto della neve marina-

Più di tutto amavamo i verdazzurri,

centomille in una goccia di sale,

e i nostri capelli luccicavano a giorno.

Quella notte, la grande notte,

seguimmo una forma di lacrima

che andava a deporre le uova.

Ohh cosa stavamo vedendo

nella buca profonda di sabbia,

bambini! Stretti nella preghiera

ci fermammo

per ordine delle mani

fino a farli sparire.

Il mare si calmò, con l'anno nuovo,

minuscoli pastori cercarono l'uscita,

puntarono al largo verso l'acqua nera,

portando sul dorso come faville.

fu allora che le albere presero a far luce

che ci contammo le ossa una ad una

passando le dita a vicenda negli anni

finché una bambina prese a salire,

con le giumelle educate all'amore,

le nostre timide gole per terra

alzando la neve dal suo libro d'ore

come fa un mattutino all'Ave Maria.


https://www.youtube.com/watch?v=zthq9p8uTBg


Poesie di Donatella Pezzino

.

Potresti

Potresti attutire il rumore che faccio

cadendo; con le mani invece

rabbocchi quello che non manca

e mi peschi a caso

dal sacco delle foglie. Ho voglia

di liquirizia: ma non ricordo più la strada

che porta alle tue tasche. Sotto la lampadina

a risparmio

si diventa letargici, ragionando d'uva buona

e del mare sotto i treni e delle lenti da lettura

che ti sperdi per casa. Fuori l' autunno

ostenta certi fiori piccoli

che quando li calpesti fanno un silenzio

odoroso e impotente; ma tanto, mi dici,

verrà la pioggia a lavare via

la terra nera dal mandorlo

.

Linfa d'autunno

Foglia sgualcita, trasvolo lungo il fiume


dove l'acqua

ha le tue braccia, e un retrogusto


di lacrime mentre mi accoglie. E' lo stato larvale

della farfalla che rientra nel bozzolo, e che s'appaga


d'ovattato niente, rinunciando alle ali che ha bruciato

tra il calore del grano maturato al gelo


e il profumo struggente di un giorno che non torna

*


Quando le ali cadono lasciano erba

smossa, e vuoti carichi di braccia


respirate nel punto esatto dove le mandorle

e i crisantemi si sfiorano, e si pensano uguali

tristemente


per aver dentro qualcosa

di bianco, quasi un vellutato

pianto


e non saperlo ricordare.

.

Ho amato

come si amano gli angeli: a metà. Un'ala spezzata

ha fatto da cornice. Forse avevo paura


di rimarginarmi presto – ed era terrore, il mio –


o forse temevo il logorio dei passi

su quel lungo tappeto disteso

fra la follia e l'abbandono.

.

Lentamente

Sola. Sono la piccola solitudine dei fiori

quando non trovano il vento alla giusta latitudine

da potersi dire carezza, olfatto, tintinnio di bicchieri; sono


la pioggia che guarda gli uccelli sotto la gronda

senza potersi fermare. Da questo cielo

continuano a passare

voli

mentre io continuo a cercarti a ritroso

seguendo il calco delle mie ferite.

Estate 1979

.

Quello che so

Non importa

se un fiore che appassisce fra le pagine

lascia un'ombra inodore che non scompare


se siamo tutti

strappi deliranti, nella tela antica

che un male oscuro corroderà in eterno


clandestini a tempo

in questa strana osmosi

fra l'infinito ed un pugno di terra


ti ho perduto,

è quello che so


e tu, caldo rifugio

odoroso di talco e di carezze

sei diventata il gelo di un vento che soffia


tutte le volte

che un angelo piange


2013

.

Non parlatemi

Il mio pianto è una strada che non conduce,

il mio bambino un fiore sparpagliato a terra.

Non parlatemi di angeli oggi,

né di quante volte io debba pregare.

Ho schegge sulla lingua che mozzano le parole

e odori di sangue che piantano radici nel mio orto.

Nell'aria che brucia seccano seni e fontane

ma non ho mai avuto tanto freddo come adesso.

2017

.

Samovar

Mi spezzo

proprio ora che il vento si ferma:

ed è una morte

gentile, dove trapassano

i sogni, le rose, e le cose

perdute

che vedo solo io; e dove

amore

è un modo come un altro

per chiamare la solitudine

*

Non ti ho comprato le gerbere.


"Abbiamo colori bellissimi,

oggi" diceva la signora dei fiori.


Colori. Bellissimi.


C'era un azzurro

che tremava nelle ossa: inverno

e rimpianto. Giallo il polline

che il vento portava lontano

tra gli aranceti e il mare; dove la vita

ti urla negli occhi. E sotto

l'erba,

petali ancora freschi

che nessuno ricorda: il viola

delle cose non colte.


Ricordo profumi

Io in perispirito

ricordo profumi di sapone

e di cuscini tiepidi da sprimacciare al mattino


e assumo il mio corpo intermedio quasi fosse un calmante

prescrittomi per compiacenza quando in realtà non c'è niente da fare,


due compresse al dì: quanto basta per permettermi di passare con le dita

tra le maglie dello specchio, o di confondermi col grido

che si apre nell'erba


quando la terra non respira. Io – fame d'aria

lanciata in alto come una moneta


indecisa

da quale parte cadere


(2017)


.

Donatella Pezzino, storica, scrittrice, autrice di testi poetici e recensioni. Si occupa di storia religiosa, storia e letteratura femminile, teologia cattolica, poesia, archeologia, arte cristiana, storia della Sicilia. Sue pubblicazioni e ricerche sono presenti su Academia.edu, oltre che su riviste storiche e letterarie. Collabora con il sito di attualità "Alessandria Today". Sul blog del collettivo "Bibbia d'Asfalto", di cui fa parte dal 2013, tiene la rubrica "Caffè letterario" sui poeti italiani dell'800 e del '900.

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https://www.giardinidipoesia.it/

https://stanzadeglispecchi.wordpress.com/

Dipinto di Kateryna Kovarzh

Poesie di Silvia De Angelis


COMPARSE ENIGMATICHE

Giocano utopie di fiati ammansiti

nel moto effervescente di ragione

stondato da sintonie in contrasto.

Ingombranti macigni di piombo

accumulati nella stiva del pensiero

accentuano l'elusione d'ingaggi surreali.

Si mescolano a comparse d'amore che vanno e vengono

per poi dileguarsi nel nulla.

E' in quel nulla che si perde il palmo della mano

inclinato di volta in volta in docili carezze

complici di profondi tessuti raddolciti da sguardi emotivi

rapiti da un silenzio sovrastante le stagioni

capace oscurare il tempo del sole…

@Silvia De Angelis

.

VICINISSIMA

Quasi lacero

papavero

creatura asettica

friabilissima

d'un volo sgualcito

su argute dita di vento.

Assenza totale d'impeto

nell'enorme franchigia

dovuta alla natura.

Solitudine in spicchi di sole

nel vuoto che non è confine

ma il piegarsi

a una ragione inamovibile

disarticolata

alla pochezza inflitta…

vicinissima alla mia cattedrale

ove non rivolgo prece….

@Silvia De Angelis

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https://quandolamentesisveste.wordpress.com/

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BELVEDERE DEL MATTINO

Ambiguità d'un dire giornaliero

erede d'un girone dantesco

esprime ombre di confine

su un vero dissociato dall'essenza.

Scaglie ingannatrici

e sfondi surreali

dilatano a forza l'entità d'immaginoso

scivolato su un'insensata deriva.

Si fa forte un'arte provocatoria e insistente

dedita a pregiudizi e finzioni

che irrompono nella loggia più intima

scomponendone l'originaria l'identità

sul belvedere del mattino.

@Silvia De Angelis

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PERFETTA MECCANICA

racchiusa nel perimetro

d'un estro personale

mosso da eventi inaspettati

a cui assoggettare il pensiero.

Si scivolerà

senza rumore

sulla linea del tempo

ignorandone gli oscuri echi.

Resi lucenti da un'accentuata suggestione

annulleranno briciole d'ombra di luna

sospinte dal soffio d'una presenza interiore

vacante nell'immenso infinito

@Silvia De Angelis

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https://deangelisilvia.blogspot.com/

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LA DESTINAZIONE

Nelle pulsazioni d'aria metallica

spulcio il tuo dire silenzioso

inteso come una sberla alla vita che accade.

Affilo gli occhi in caduta libera

sul tuo ego riciclato

da una quasi ibernazione voluta.

Gazzelle si muovono velocemente

fuori del muto dogma

senza raggiungere la traversa

che ti attraversa..

proseguono imperterrite la corsa

mutando destinazione….

@Silvia De Angelis

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SIGNIFICANTE AFFINITA'

Insistente

si posa

nel mio segreto

il tuo affascinante vociare

racchiudendo

"inaccessibile memorandum"

Dischiuso

sfiora

magica

indissolta affinità

come seducente amante

che nel vuoto

accarezza

avita simbiosi con te…

…spezzata da un ambiguo tuffo

in un lago di cenere

@Silvia De Angelis

https://deangelissilvia.blogspot.com/

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Biografia di Silvia De Angelis

Amante di versi dell'immaginoso nasce a Roma Silvia De Angelis, sempre invogliata dal contatto con la gente per il suo carattere estroverso e comunicativo.

E' affascinata dallo scrivere liriche e dopo un inizio poetico rivolto a elaborati dai toni "scarniti", cresce notevolmente, modificando lo stile e delineandone il fascino, con scritti più congrui e completati da una struttura più armoniosa.

Gioisce al contatto con la natura, in tutte le sue manifestazioni, dedicandole svariati elaborati poetici, in particolare, un volume, completamente riservato agli animali "CONOSCIAMOLI MEGLIO".

Ne pubblica poi un secondo, intinto in variegate sensazioni dell'anima "CORALLI DI PAROLE INTAGLIATE COL FIATO" in cui si sofferma volutamente su tratti d'inconscio.

Ancora un terzo libro, stavolta in vernacolo, dedicato alla tradizione della sua città nativa, Roma, dal titolo "'N'ANTICCHIA DE' ROMA MIA".

Infine altri due libri di poesie variegate "INGANNI TRAVESTITI D'INCANTO" e "SCREZI NEL VENTO".

Pubblica i suoi elaborati su siti virtuali, partecipando alla loro vita ed apprezzando notevolmente le opere di altri autori.

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Notizie tratte da https://alessandria.today.it

Picasso - Bambino con colomba

Scelta di poesie di Angela Greco AnGre


Cinque poesie di Angela Greco da "PERSONALE EDEN", La Vita Felice – 2015

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c'è una strada che collega due attimi dai nostri nomi

materia inattesa che si dissipa ad un sorriso

distratto e malizioso questo battito di ciglia

differenza tra quotidiano e desiderio da attraversare

tra il bianco e il nero sfumati fino all'opera d'arte

ti guardo muovere il microcosmo senza regole sul tavolo

nasceranno nuovi silenzi e ritratti fermi tra le stelle

e dalla finestra tolgo limite allo sguardo profanando il cielo

sei tu stesso a crearmi figura fuori come fossi pelle

mentre sulla discesa ripida tra le ali catturo un bacio lento

e come faccio a dire della goccia che scivola alla tua voce

della capriola dello stomaco quando aspetto la luce e te?

ho dita tremanti che segnano un profilo nelle ore

[d'impazienza

e sembra rallentare il creato se non arrivi a segnarne il passo

ascolto sul petto sciorinando stupore al sole della tua schiena

e richiamo meraviglia oltre e più che le tue mani creatrici

ho un sospetto di sentimento che s'accorda al tuo nome

e vocali e voragini aperte nell'attesa di averti addosso

in questo momento sfuggito al caos di astri avanzati

trapiantati in tessuti sanguinanti affinché fioriscano aurore

*

raccontami la periferia delle tue mani

quando incontrano nude il nodo dell'universo

e risvegliano il senso d'essere donna e tua

segna a dito ogni confine e oltrepassalo

col tuo sapore poi sconfiggimi senza altra parola

che non siano nome e sorriso tuoi e ferma il corpo

contro me / seno di latte dalle vie colme d'azzurro

ti lascio scorrere caldo in questa terra bianca

come la prima stagione buona

in fioritura anticipata ad un respiro

nudi piegammo la schiena voltandola d'incanto

e tolsi fiato all'erba serrandola tra dita voraci

fino a diventare noi stessi il paradiso perduto

e questa volta fu il creato a chiedere di entrare

in noi

dalle tue natiche ai miei fianchi larghi d'attesa

bastò una voce e fummo ancora e nuovi

*

riprendimi esattamente da questo punto

quello in cui coloravamo il ritrovarci stretti

precisi nello sbottonare voglia e labbra:

tra le tue dita il mio dettaglio nascosto alza la voce

e fughiamo chiaroscuri di silenzi ormai altrove da qui

ché sappiamo adesso dove posare l'istinto incrollabile

ad afferrare e restituire duplicate ipotesi di paradiso:

ritrovami ancora umida meraviglia

che ho atteso leccando una ad una piaghe d'assenza

mancanza oggi risolta dalla conoscenza delle tue rughe

varchi di tempo narrato ai miei occhi e sapienza

di sapermi nell'intimo di un ancoradadire:

siamo distanti solo un bacio non di più

e questa attesa è solo il nostro abbraccio più lungo

*

nella cicatrice del giorno segno il tuo petto a passi di danza

sottile ci lega un'impazienza d'arrivare a sfiorare quella spina

che senza pudore preme a segnare di straordinario quest'ora

nel solonostro che ci invita ritroviamo carezze sospese

nella mezz'aria che sempre manca al saperci insieme

e confondendo baci a poche lettere riconosco il tuo sapore

d'immenso e d'albero fronde al vento dove riparare il battito:

sciolgo inattesa lode e tu raccogli trasparente silenzio

dalle labbra che nella tua direzione invocano mezzogiorno

e ad ombra zero penetra nell'ancora – ancora – da dire:

sosteniamo fieri lontananza fino al ritrovarci

ché nemmeno una sfumatura ci allontana dall'iride

custode preziosa di tutti gli argomenti possibili

sei tu il mio preferito

scrivendomi dentro percorsi d'azzurri insperati

oggi finalmente ha smesso di piovere

allacciando pensieri e gambe in questo letto

*

m'hai accarezzata a filo di voce o scrittura è uguale

hai acceso il brivido che si riconosce alla schiusa

nel frantumare istintivo il velo che ostacola vita

penetrando raggio incisivo di risurrezione

nel cavo d'un luogo troppo buio per vedere mattino:

caldo mi hai così avvinta fino alla resa in stelle

a trapuntare amplessi in universi ricreati

fragili per il troppo peso dell'ordinario sognare

ma necessari a chiamarci per nome o per mano:

il dettaglio della tua schiena mi stordisce

curva ad Oriente giorno in rinascita

ed io ultimo astro ne colgo il richiamo

nel sottoventre insperato dove nidificano silenzi

pas de deux le tue vertebre in arcuato canto

sospirano che t'avvolga di me oltre ragione

.da: https://lapresenzadierato.com/2015/06/19/cinque-poesie-di-angela-greco-da-personale-eden-la-vita-felice-2015/

——-

Summer evening. La luce penetra la notte intorno.

Siamo notte e luce.

Animali ringhianti a guardia dell'umanità.

Il chiarore sulla veranda rivela un desiderio insoluto;

nell'attesa liquidi ci interessiamo delle prossime stelle,

impegnate a illudere romantici. Un fruscio dall'interno

scioglie incertezze. Ululiamo posati alla ringhiera. Accade.

.

Lo stiletto conficcato ossida il mattino. Al terzo intercostale

si risolve il dubbio e possiamo continuare. Lo strappo

rivela un volto sorridente sotto il primo velo di carta.

Si sovrappongono rappresentazioni e tempi e Mimmo lo sa.

Fuggiamo a Casablanca, a piedi, finché siamo in tempo.

Prenderò il porto d'armi soltanto per puntarti addosso

le canne del mio sovrapposto, oggi, che non sei più lo stesso.

.

da All'oscuro dei voyeur (YCP, 2019; prefazione di Franco Pappalardo La Rosa)

§

Nell'oscurità della propria insonnia

il turno, la chiusura dei conti, il ritorno;

in un silenzio asfissiante

si assottiglia il coraggio

e feroce svanisce l'illusione di riuscirci.

.

Qui non importa essere figlio di dio.

Il cielo è così distante da confondere idee

e la sera è uno stato permanente.

.

Il rumore della sopravvivenza

fuori da questo perimetro

ha qualcosa di conosciuto che

non si può più ignorare.

da Ancora Barabba (plaquette; YCP, 2018)

§

Il sole pendola a un'ora ferma sulla grave

a sud di primavera anticipata; una sequenza

di rotti vetri colorati e legni e un ciondolo

appeso alla cipria del cielo, sul collo di un

pomeriggio casuale. Claire vede il verde

di occhi echeggiare alla parete carsica;

meraviglie nascoste dietro fessure di silenzio

e gatti in bilico tra troppe vite. Un falco sorvola

il luogo del prossimo nido incurante della sera

incipiente e dei suoi colori. Giochiamo a dare un senso

alle parole, che ci fraintendono prima della buonanotte.

.

Si sfuoca in lontananza la visione e per oggi siamo

fermi in questo cerchio, affacciati a un balcone.

(inedito)

.

.

Angela Greco è nata il primo maggio del '76 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo Editore, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Edizioni Smasher, 2012; 2017); Arabeschi incisi dal sole (Terra d'ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini e nota introduttiva di Nunzio Tria); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017, prefazione di Giorgio Linguaglossa). Presente anche in diverse antologie e su diversi siti e blog è ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche sono reperibili all'indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/


Dipinto di Leonid Afremov - Flash on the sunset

Poesie di Giovanni Perri


Uno che passa ride, ed apre il cielo;

santo e demone col cuore intrecciato

a una sua tutta piovosa malinconia.

Sapergli il nome e la ferita, farlo cadere

nell'ago di aprile come un sogno.

Ecco con quale leggerezza il vento

spiega un suo lucore alla notte,

come gli riempie l'occhio la perla lunare.

Inganno adulto è questo non sapere

da quale feritoia cadrà la mezzaluce del giorno

e dove infine apriremo al dolore la voce.

.

Avevo preso tutta l'acqua del fiume.

Il bicchiere era sul comodino

insieme ai libri al termometro a una

piccola macchia di sole wengè.

Come un dio avevo esclamato

nella lingua sonnolenta dell'acqua

e ogni mio giorno era finito dentro

quel fondo dal quale bevevo

come da una delle 7 opere.

Ma dentro, soldati e cavalieri e angeli dalle ali plananti, residui e residui di luce

dentro ancora io era senza orizzonti, senza lamenti di navi greche o fenicie, pensavo un uomo in sè totale, del tutto assente, del tutto chiuso in un suo mondo ulteriore

mentre dai labbri mi cadeva un albero maestro. ~Erano l'onde

e le voragini buie

e gli abissi labirinti a risalire

da tutti i miei mari

mischiati.

E invece con che suoni

dalla finestra il giorno

pieno di geometrie

nell'azzurro ignaro

cantava.

.

Viene il pensiero di perderti talvolta

la sera è un posto girato nel sonno

stare di guardia fiutare come

dal picco di una brace la tua cena.

Ma non lo caccio, gli tocco l'osso

del gomito, gli faccio fare il giro della casa

prima che dica è tardi vai a letto

e così vado

a sedermi nelle sue occhiaie di marmo

nei suoi capelli così pieni di cavalli e canali

e penso che il tempo non passa, solo

ascolta gli spigoli e le buche

tiene girati i polsi sulla fronte.

.

Andiamo per similitudini, e sembra quasi di sentirci

in questa cosa che appena ci somiglia se ne va.

Pellicola del sogno, mia pellicana dolcezza

lasciati incorniciare da uno sguardo

di pietra viva, fatti gettare da Pirra e da Eucalione

nel mio cuore di latte e cemento e aspettami,

io sono il tuo medesimo furto di occhi e di lingua

nell'ora che agguanta e moltiplica ogni anelito andare,

lasciati nominare miscuglio di ferro e mistero

nel mio ottobre di addii smisurati

e piegami e svolgimi e ripetimi

del padre e della madre l'identica luce

che accende parola e rivela.

.

I° maggio

Attorno era la festa dei morti bruciati

un riapparire dentro le forme del fuoco

ma sempre da un angolo nuovo

e ognuno aveva addosso la sua sagoma

e c'era sempre quel numero mancante,

col pugno alzato sul fumo, a cantare.

.

Lettera ad una madre

E' tempo di comprendere

che siamo qui a dividerci il pane:

scendo per dirti

che sono capitato per caso

e non ho ancora un nome:

qui si parla di niente

e la sera si contano i topi

ma in compenso non si vive male,

la gente passeggia e

sorride, una ragazza si sente chiamare.

Saluto te, madre

che mi hai girato le spalle

dicendomi di andare

in ogni porto

pregando

ed io per ogni porto

prego

l'insurrezione e l'amore,

ma sotto ho questo muro

impregnato di urina

e mi gira la testa:

sto con questo animale

e non parlo da giorni,

sento pian piano morire

anche il lamento del mare.

.

Senza titolo

Impressioni

volano foglie d'oro, è il giorno degli avanzi di febbre,

qualcuno posa le buste pesanti sull'asfalto, respira e riparte

portando con sé una scia di ricordi.

In alto danzano i lampioni,

sembrano corpi condannati a resistere

più che luce, lividi, persi nel tempo, sopra il primo strato del tempo.

La sera ha questa pelle spessa

un taglio che non sanguina

una scritta sul vetro appannato, forse

questa è la vita, dico,

un rumore lontano, qualcosa che sai

sta nascendo.

.

Melancholia

li morti tra li vivi s'assecondano:

si toccano le schiene stanno muti

ne li occhi rimestano paura

e paura li mangia

per fame, poco a poco:

ma i morti sono morti di luce, ché luce acceca l'occhi e sfibra

e parola s'accampa

legittima resa;

e più di tutto pesa

del cuore allegrezza

che è misura d'inganno e offesa.

.

Vorrei veder tramontare ad oriente

sul breve canale delle canne addormentarmi

sopra una scia di spari cacciatori

fuggire gli alberi a ritroso

e la notte incendiaria sentire

l'annuncio dei cani arancioni

vorrei nascondermi nel fieno di maggio

nell'ampia volta del cielo che pende

sorridere per un ricordo

invertir l'ombra mia stessa

di lividi e dimenticanze

e d'anni che non ritrovo più.

Ma d'ore numinose è fatta

l'anima mia riflessa e d'archi e frecce,

portami il cuore nella luce a planare

sopra un acquaio di malinconie

saltami allegramente sulle sponde

della mia vena d'oro e scrivimi

col vento ogni ferita

degli occhi e della lingua

io ti sono nel canto padre e figlio

e fratello dei cocci lunari

allora fammi terra

fammi profumo di terra e di stalla

oppure scovami nella campagna ramata, raggiungimi

fin dove tocca l'erba la parola

e non v'è peso

né formula dei miei destini accumulati.

.

Giovanni Perri

(da Bibbia d'asfalto): https://poesiaurbana.altervista.org/author/giovanni-perri/

.

Il lettore deve sapere, leggendomi (leggendo questa non-biografia dalla quale estrapolo che nasco a Napoli e ci vivo col pregio d'arricchirmene fino a smarrirla) che un po' della mia poetica (ammesso che sia tale) risponde al desiderio, non del tutto cosciente, d'allargare il mio ipotetico dolore, la mia svagata gioia di vivere, e tutte le mie infinite miserie, ai piani più alti del sogno e della bellezza. Ogni poesia è un'occasione di sogno e di bellezza. E la bellezza è un lavoro paziente di scavo. Io sogno di essere archeologo e scultore: levigo negli affanni e a volte mi trovo a scoprire che la vita è un'invenzione stramba dei poeti che tutto sanno fare fuorché vivere.

(…)

Poesia mimetica e riflessiva, umbratile, ritmica, geometrica; poesia lunatica, ingenua, scenica (mi piacerebbe fosse, se fosse veramente, poesia) la mia.

Octavio Ocampo

Poesie di Ezio Falcomer


Chele d'amore

Sequele di aromi

umori estasiati

tutto mi porta

il vento di vita

un flutto sommerge

miei malati sapori

le chele del tempo

brezze sciupano e faville

al macero di gloria

di boria ostinata

ma non il cuore che ama

singulti di stupiti cantori

si diramano a radure

e l'amore è ormai

mio vizio e mia aria.

(Ezio Falcomer, "La vita picara", Lanuvio RM, Narrativaepoesia, 2010)

.https://www.accademiadeisensi.it/2012/10/chele-damore-ezio-falcomer-la-vita.html

.

Prego le muffe

Del mattino io studio la freschezza

e l'illusione, i promontori

di parole vane, la gloria degli uomini.

Della memoria i meccanismi

sociali. Chiuso qui in convento,

prego le muffe e i fantasmi

del cuore, degli ancestrali volumi.

Farnetico di spiriti, di oscuri

sacrifici, di frutta lavata.

Ho un'anima gentile e malata,

ho i piedi nudi. Orecchie da sbarco,

cervello svaccato, sogni. Ogni.

.

Zucche marce

A volte divento malato

e amo i suoni

della ferraglia arrugginita,

dei cavi del tram che starnazzano,

del fetore delle zucche marce.

Amo il silenzio

della folla distratta dai pensieri,

delle vetrine

imbambolate dall'attesa.

Divento così malato

che mi schizzo via

da ogni orbita

e il mio cervello

è solo pieno di solitudine

e formaggi stagionati.

E non c'è un giorno da passare,

ho solo bisogno

di parole acide e convincenti

e dell'eterno,

come di una coperta slabbrata.

Voglio cadere fuori dal tempo

senza dare nell'occhio,

facendo finta di sputare

contro il muro.

.

Sei l'albore

Sei l'albore,

Il turgido granturco,

la viscera innamorata

che mi conduce

al di là del male.

In te riposo,

gioia e tristezza,

indomito abisso

io cerco,

fine

del dolore animale.

Come un fiore,

farmaco

al mio essere scisso.

.

Sulla prora

Amo in questo

essere sulla prora,

in questo

sottrarmi al dolore,

aggiungere amore

alle radici dei fiori.

Alzo lo sguardo sul mare.

Linguaggio crittato

d'onde e spume,

illusorio sprofondare,

dimenticando la storia.

Senza più rancore,

né pirati,

né granchi dalle chele avvelenate.

L'oblio è lettura,

la lettura è preghiera.

Dimenticare sofferenza e fatica.

Nero silenzio abbacinante.

.

Macerie

E verrà il giorno in cui mi arrenderò,

camminando fra le macerie,

il cappotto rubato a un cadavere,

l'orecchio a un antica musica,

deposta la fatica detta vita.

Mi arrenderò e sarà un sollievo.

Avrò fra i denti

un sangue d'ironia,

il teatro emaciato,

silenzioso senza più bestemmie

e sudore di apprensivi guitti.

.

Ora di punta

È un'ora di punta come un'altra,

questa, delle dieci del mattino.

Mi dico: "Ho sbagliato tutto nella vita?

Forse dovevo arrendermi prima".

Ma i cieli sono in fiore

e le fogne emettono umiltà.

Dovevo fare tante cose

prima di arrivare a questo punto.

È accaduto tutto tanto in fretta.

Le stelle sono collassate

prima che io avessi il tempo di dire "beh".

Non ero preparato a nulla.

La vita mi è venuta addosso

come un treno.

https://www.alidicarta.it/autore/ezio-falcomer/testi#sc

.

Mi accadi

Mi accadi di meandri di baci

esulto in braci di averti

taci

svelami il dono di concerti sontuosi

di carne e d'afrori

assaggiarti d'amore

ah i tuoi sguardi

coloniali romanzi scabrosi.

(dalla raccolta "La vita picara", Lanuvio (RM), Narrativaepoesia, 2010, p. 105)

https://www.rossovenexiano.com/blog/ezio-falcomer/mi-accadi

.

Ezio Falcomer è nato a Concordia Sagittaria (VE) nel 1962 e vive a Torino. Lavora come insegnante bibliotecario e archivista nella Scuola Superiore. Ha un'esperienza di attore di prosa in teatro e in Rai, negli anni Ottanta. Dottore di Ricerca in Italianistica (1997), ha pubblicato Carlo Vidua. Un giovane letterato subalpino in età napoleonica (Alessandria, Dall'Orso, 1991) e altri lavori di critica letteraria su Camillo Sbarbaro, Eugenio Montale, Giacomo Leopardi, Carlo Goldoni, Voltaire, Piero Gobetti, Ippolito Pindemonte. Nell'aprile del 2010, Nerosubianco ha pubblicato il suo Vorrei vincere il nobel per la Fisica come Frank Einstein. Post comici, demenziali, ludicomaniacali. Nello stesso anno è uscita la raccolta poetica La vita picara (NarrativaePoesia, Lanuvio, RM) e nel 2012 Rottami d'oro (Ilmiolibro.it).

https://www.puntoacapo-editrice.com/product-page/luna-comica-ezio-falcomer

Maria Chiara Linn

Poesie di Giangiacomo Amoretti


Essi nell'ombra, i senza tempo, i morti,

così pallidi i loro volti, esili

e tremanti le loro braccia, le

mani diafane, aperte ancora, essi

che non parlano, che

forse appena respirano, lontani

più del cielo e degli astri, e ci riguardano

fissamente da sempre – sanno, i morti,

di noi ciò che ci è ignoto o fu perduto

nell'oblio, ciò che amammo

e che sognammo; e tristemente osservano

il logoro filmato in bianco e nero

del nostro scivolare,

del nostro lento approssimarci a loro.

*

Aperto sei tu, ancora,

e non sei tu – aperto

sei la lama e sei il taglio,

sei il sangue ed il respiro.

Ti avvolge l'aria, ti

brucia uno spasmo. Sei

lo scatto breve, il gesto

immobile – sei il volo

che oscilla e non si arresta.

Aperto, sei già oltre

la terra infesta e l'ombra

che la sòffoca. Aperto

sei il non essere e il buio –

l'orizzonte – la luce.

*

Le voci più lontane, il fruscio lento

della risacca sugli scogli, i rauchi

richiami a tratti dei gabbiani. È l'ora

che precede il crepuscolo e dischiude

a un silenzio più alto e mare e cieli

e nuvole e colline, quando sale

a poco a poco uno stupore nuovo

nell'anima e si fa quasi dolente,

guardando, il memorare – più segreto

lo sperare, più limpido l'attendere.

*

Appena trattenuto

lucore – sangue o anello – tra le unghie,

livido, come fosse

già semistinto e ancora

fin dentro la tua pelle

avido e la tua carne

di splendere nel vivo

tutto della sua fiamma

e nel suo sole, ancora, prima di

svanendo farsi nulla dalle tue

mani dischiuse – buie

mani stremate dalla febbre, cieche.

*

Io guardo te nel fondo dello specchio

e in te lo specchio, il vetro e il suo riflesso,

te immagine di nulla e corpo vero,

tangibile ora-e-qui, fantasma e velo.

*

Da quale sfatta mezzanotte a quale

biancore a malapena intravisto e già forse

temuto, tra le foglie, di là dai vetri, o

adesso in questo ombroso interno di memorie

e di vaghe presenze, quando spessi tendaggi

o velami nascondano i gesti rallentati,

nel sogno, di chi piange senza piangere – da

quale ansia, remota ancora, o quale

febbrile sussurrio, fra i divani, alla luce

crepuscolare e fioca di un abat-jour – da quale

rarefazione minima, là fuori, della coltre

vellutata di bruma che avvolge alberi e siepi –

a quale oltre, a quale via di fuga…

*

E così passeranno i nostri morti –

sarà memoria, sarà sogno, o altro... –

a passo lieve, per le strade e i viottoli

qui di Liguria, forse, o forse altrove,

per campi senza alberi e pianure

velate dalla nebbia. Passeranno

ignoti a noi – ci guarderanno appena,

come distratti, forse, o forse ci

ignoreranno – alti, silenziosi,

oramai senza volto e senza corpo,

senza nome. Così, a uno a uno,

scivolando fra terra e cielo e

svanendo nel crepuscolo, da noi

già quietamente prendono congedo.

*

Questo mistero, che tu sia te stessa

di là da me, guardandomi, eludendo

a momenti il mio sguardo, e muta là

respirando, lontana e vicinissima,

di terra e d'aria, più mi inquieta, più

mi meraviglia, adesso, del mio stesso

ancora, qui, esistere, guardandoti.

Forse altro non è, penso, l'amore

che questo lungo riguardare, questo

incantarsi dell'anima davanti

a un'imago, a un'icona, a un volto in ombra –

a una silente epifania dell'essere.

(In: Poeti italiani del '900 e contemporanei)

*

Come chiamare te – angelo, specchio,

volto dentro lo specchio, altro me stesso?

O nulla del mio nulla – né teda né lucore –

fuoco fatuo, riflesso – tremito d'aura – albore.

*

Velato amore, non dischiuso amore,

amore di ombre, amore di silenzi,

di non detto, di implicito, di vago,

amore che si occulta, muto, e spasima,

dolente – ignaro pur

di sé, di sé dimentico e di tanta

sua luce e fiamma.

*

Sussurro: 'tu'… e si apre a me uno spazio

ove non sono già più io, ma quasi

altro da me, da me remoto – come

se per prodigio in me di colpo fosse

qualcosa giunto a compimento di

profondo e ancora inconosciuto – chiuso

alfine il cerchio, risanata la

ferita che doleva, antica. E posso

parlare nuovamente, dire e forse

udire – posso pronunciare un nome,

questo, che è il tuo – tacendo, a tratti, gli occhi

semichiusi, non quieto, non inquieto,

o sussurrando, a voce bassa – io

memore e stanco, attònito di te.

*

E le bare, le bare in fila a Bergamo

davanti al cimitero – sullo sfondo,

in penombra, il Famedio – le hai vedute

dormendo? Quasi fossero

le tue da sempre, immagini

dei tuoi deliri, delle tue, né inconsce

né coscienti, paure... O sogni, ancora,

e null'altro che sogni... A una a una

le vedevi posare

più grevi sulla terra, oltre la notte –

come uccelli feriti, come foglie marcite,

premendo su di te, sul tuo silenzio.

*

Forse è questa, mi diceva, la pena

che ti attende e mi attende, non sai

quanto amara, e piangeva, lei

dolorando per me. Salivano lenti

larghi fiocchi di nebbia a separarci,

solo i suoi occhi ancora vivi e

tremanti. Madre, oh madre, io,

tendendo in alto le mani, invano,

dicevo, o sognavo di dire,

già muto, già di lei spogliato ancora.

*

La luce che balùgina

ai vetri a mezzanotte.

Un brividio più lungo –

un battere di denti.

Il corpo che non sa

e che sa – né dimentica

la punta della spina,

il bruciore del lampo.

Il corpo che si affida

al chiudersi, al non dire –

ad occultare sé –

a celare il morire.

*

Esistere che arde e si fa cenere,

che sale in alto – fumo, aria o luce;

che si assottiglia, che si sfrangia e

diventa altro, cede al non più essere,

al non vedere, al non mai più sapere

che è oblio e già evidenza – cecità

e balenio di una veggenza d'oltre –

nulla e non nulla – buio e primo incipit.

E fosse, chi può dirlo, appena un filo

d'erba che oscilla, un soffio

lene di vento, o questo blando ora

va e vieni delle acque

sull'arenile. Esistere che palpita

un attimo e dilegua

subito nel non più – e così è

per sempre, in questa notte che lo serba.

*

Tu chiedi chi io sia, tu che mi ascolti

adesso fra speranza e dubbio – e io

che non so nulla e a malapena so

di te e delle tue angosce,

dei tuoi silenzi e delle tue parole,

io ti guardo stupito, a lungo… Io sono

da te, io sono a te – invisibili

i miei occhi, invisibili da sempre

le mie ali di aria – io connato

in te e con te dall'acqua

purissima e segreta di una stessa

polla battesimale.

Io sono in te il silenzio, in te la voce.

Sono l'Angelo – sono te medesimo.

*

Di amore questo puoi

dire, dubbioso: amore

è appena un volto, appena

due labbra che si schiudono;

forse una mano che

vada sfiorando lieve

un'altra mano; forse

meno ancora, uno sguardo,

una tinta, il profumo

di un corpo che non c'è.

E avresti quasi detto

già tutto, e pure ancora

mancherebbe qualcosa,

un nonnulla, quell'ultima

sfumatura che sfugge

al dire – l'inespresso,

l'inesprimibile altro:

di là dal cielo il cielo,

di là da questo mare

il mare quando è l'alba –

e l'altra rosa dietro questa rosa.

*

Acrostico (nuova versione)

Ora la luce è come aerea, come

Trasparente e remota, in questa ora

Tarda che si fa sera e lunghe, rosee

Ombre già si diffondono. È così

Breve adesso al tramonto il giorno... questa

Rarefatta chiaria, questo velato

E dolente presagio di una fine...

*

Settembre. Le ali porpora dei cirri

sfatti nell'alto, gli esodi infiammati

fra cielo e cielo dei rondoni, i voli

e i silenzi e gli spazi,

le albe, i non ritorni

per sempre –

ed i ricordi,

i ricordi che straziano.

*

Spleen

Malinconia dell'angelo che guarda e che non vede,

che si avvicina a Dio da sempre e ne è lontano

più di noi stessi – le sue ali bianche

più alte di ogni cielo e di ogni nuvola.

Malinconia di esistere – angelo, uomo o rondine –

in bilico tra i mondi e sospesi nel tempo.

La linea del confine sempre oltre.

Il mare uguale senza un orizzonte.

E quando si fa sera questo lungo discendere

come di un velo fumido sulle spiagge deserte.

Le acque immote, color blu cobalto.

Sospeso in alto, fioco, il plenilunio.

*

Giangiacomo Amoretti · Ha studiato presso Università degli Studi di Genova · Ha frequentato Università degli studi di Genova · Vive a Genova · Di Imperia.


Poesie di Mattia Tarantino


21 luglio '18

C'è un'estate di sangue e mare. Un secolo che ci obbliga a tramare un'elegia, un'elegia all'Europa che muore.

Per il Collettivo MalaTerra:

"Oppure da una lingua del Nord

sarà la sillaba che gonfia le ossa

dei morti? Fummo il fanciullo e fummo

l'acrobata: c'è sempre

una fune tra luce e precipizio.

Veniamo a bruciare

le vertebre al cielo, veniamo

a invertire la pioggia:

certi versi sgozzano

le aquile, altri

marciscono i vessilli dell'Impero.

Quest'acqua ci disperde, non conosce

i nomi cui ha rubato sangue

e sorte. A quest'acqua

noi torniamo in obbedienza, senza croci

che trattengano le stelle.

Da lontano una Medea

araba conduce la sardana:

chi rompe il cerchio lo rimette

ai margini del tempio.

Arrivano le schiere: impugnano

e rovesciano il gerundio;

arrivano le gazze

ma tu raccogli solo fiori estinti."

Mi preme segnalarla a Claudio, Annamaria, Gabriele

A Ginevra, che ne custodisce il segreto

*

Mi troverai al di là della luce,

nell'orma bianca del passo

tracciato dal canto, dove tutto

il dolore del mondo è ammainato.

Sarò il verbo custode

di ogni avvenire, la fiamma

che purifica il fiore:

vivremo nel bosco segreto

dove accade ogni cosa, dove

regna la mano che stringe

la mano, e l'uomo con l'uomo.

Già tramo l'incanto dell'iride

e conosco il mistero dei mondi.

Ho visto la prima parola

e il primo bacio svelarsi:

saremo la grazia e la lira,

il passero che addomestica il cielo.

Saremo la rovina dell'angelo

caduto da un cielo ostinato.

(inedito per gentile concessione dell'autore)

*

La vita è davvero bizzarra: tutto prende un verso, tutto ha più di un verso, tutto è verso. Ma i versi non sanno molte cose, si perdono, si consumano.

Per il Collettivo MalaTerra:

"Ma i versi non sanno

ingoiare le falene quando sempre

più nere e sempre

più feroci insorgono e devastano.

Non sanno quanti nomi

possiamo dare agli angeli, quante

voci setacciare fino all'ultima

vocale ancora intatta.

Non sanno quali giri

porta avanti la fortuna, quali sfere

interrogare perché i bimbi

non confondano il sangue con le rose.

Eppure conoscono

il mistero delle gazze quando legano

alle ali un cielo furibondo."

*

Un salmo usurato

Comando che il tuo cuore tossisca

timido, tra le mani degli angeli.

Poiché non fui che un salmo usurato;

il profeta dei morti e il fanciullo

che invoca perdono dai fiori,

chiedo in questa veglia la parola

che ci salvi dall'inverno e faccia casa.

***

La stanza

Si ammala la parola, le mie

vertebre si curvano in silenzio.

Non piove che acqua sporca,

e questa stanza è troppo bianca:

morirò nel singhiozzo delle allodole.

***

Luce

C'è l'acqua, c'è la pietra, e tu potresti

sprofondare nei miei versi non salvando

che una rondine corrotta:

troppa luce squarcia l'ala, troppa luce

squarcia il nero e lo redime.

Prenderemo Roma con i nostri

nervi curvi in cui collassa

il cielo; non avremo

che una voce malaticcia a rivelare

ciò che tramano le sillabe:

questa luce è lo starnuto

di ogni angelo perverso.

***

Silenzio

Ma lo conosci il segno

degli angeli? Quello che confonde

l'acqua con le rose, il pane

e un antico verbo senza suono.

Da molliche e da crepacci risorgiamo

a una veglia furibonda:

è singhiozzo, questi versi e poi il silenzio.

***

Mio nonno

"In autunno i morti gorgogliano,

hanno in gola la rosa

interrotta, le ultime

parole mozzate ammainando

la luna. Strette

queste ossa, stretto

il bacio che li negò al mondo:

c'è qualcosa di sepolto

tra mio nonno e il mio cognome"

*

Vorrei guardare il cielo

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle

mi aprono il sangue e disturbano

i versi in bocca ai morti:

stanotte mia madre non partecipa

al pane che si spezza, non consente

né risate né preghiere, capovolge

tutti i nomi e li scavalca;

stanotte mio padre non ricorda

quante volte ha indovinato, quante volte

la parola gli ha mozzato la parola.

Stanotte prendo l'ago e cucio

i miei occhi agli occhi di mia madre, prendo

un piccolo coltello e svuoto

le mie ossa nelle ossa di mio padre.

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle

le ho tra i denti e fanno male.

*

Mattia Tarantino è nato a Napoli, a secolo già iniziato.

Dirige il blog "Alka-Seltzer – La disobbedienza è la blasfemia dei servi"; fa parte del collettivo artistico "Nucleo Negazioni". È presente in diverse riviste e pubblicazioni, cartacee e digitali. Si è sempre schierato dalla parte del torto, preferendo, da subito, Capitan Uncino a Peter Pan ed Ettore ad Achille. Ora vive nella terra dei fuochi, e si affretta a pubblicare le sue poesie prima che divengano postume e, quindi, famose.

da: https://poesiaurbana.altervista.org/mattia-tarantino/

Iole Toini – da Niente di tiepido, Pietre vive Editore 2023

La vetrata nera - di Giordano Genghini


Io sono colui che ascolta
nella notte
l'urlo interminabile
come un cane di tenebre alla luna
lungo i corridoi spenti
dall'alto i pini immani della notte
sul prato
la luce alta
sotto la finestra
del lampione
in contrappunto
la nenia il canto dell'uomo che muore
anima legata
da mille metastasi alla mente
ombra immane di pini nella notte
un animale ansima in agguato.

Punti di luce
nella città
suture
nel ventre immenso in agonia del cielo
stelle cadute
dalla vetrata oscura il grido sale
sull'asfalto nero
giunge fino alla notte di febbraio
spezzata dal vento
giunge fino ad un'altra primavera
in altra vita forse
e i pini
unghia d'asfalto nella luce obliqua
paiono immobili
ma attendono
come ogni notte
un animale ansima in agguato.

Punti di luce nera nella notte
suture
nel ventre immenso in agonia del cielo
e l'urlo della notte
che muore
i corridoi percorre un canto lento
il silenzio è conchiglia
dice il folle
non conosco il mio numero sai
ma ero un tempo forse una donna
forse
un tempo
un animale ansima in agguato
la notte non vuole morire.
E' facile invece
dice il bambino
divorare il corpo ma non la testa
è facile invece
dicembre nascono funghi immagini e pensieri
divorare l'involucro di grigia spugna
e grida
certo è facile invece
dice
con gli occhi ciechi e pieni di paura
e nient'altro dice
e niente altro
e un grido
percorre i corridoi da sempre forse
il grido della notte che muore
legata da mille metastasi
al corpo della terra in agonia.

Pigiama azzurro l'ombra d'un gabbiano
lei è ritornata
per questi suoni noi ti ringraziamo
musica auricolare pianoforte
e silenzio
sopra il tessuto d'urla della notte
che muore
mentre i sogni camminano leggeri
oltre la soglia
ti ringraziamo
per il carcere infinito dell'universo
per l'anima la vita e questa radio
e la piccola lampadina accesa
sopra la vetrata nera.

Il tempo si dibatte
come pesce strappato dalle acque
ogni cosa ritorna
anche tu cara sei davanti a me
e ti amo come quel giorno
e tocco la tua pelle
tiepida e sottile
e ti amo
oltre la notte che urlando muore
oltre la vuota scorza della mente
e i sogni che abbandonano la soglia
e l'ombra immane in falsa luce obliqua
e l'animale in agguato
oltre le squame del tempo
che si dibatte sulla riva
del cielo capovolto e delle onde.

Pomeriggio
macchie di luce fra stroncati rami
gonfi di gemme
la giovane donna seduta guarda lontano
oltre i rami
gonfi di gemme che non cresceranno
e vede il sole alto sopra i muri
oltre i tre uomini
di spalle

Ma poi per chi la raccontava quella
dell'annegato che ti tira giù
e nel corridoio l'amica
parlando a brandelli
da qualche tempo
s'è immersa nel nulla
e sono scivolata dice
quella dell'annegato
sono scivolata
per chi
dice
la raccontava ci si scosta
per non precipitare nell'abisso
degli occhi

Si spappola il cervello dice l'altra
i passeri sul davanzale
e può durare un'ora un mese un anno
è un grido cieco è l'anima che muore
i passeri vi trovano briciole
ininterrottamente notte e giorno
di timore non c'è qui
alcun motivo

E i due parlano
vicini
giovani sotto il giovane sole
filigrane di passeri nel volo
quando la smetterai con questo scherzo
lei dice
e la brezza del desiderio
come le ali ai passeri le muove
i lunghi capelli.
Sono colui che mai ti ha conosciuto
ed antico di mille anni
è il midollo d'immagini sepolte
nel tronco dell'anima
t'indicavo ricordi?
scheletri di tralicci e gru metalliche
e le sere e le nevi e le acque e i cieli

E venne poi l'artefice con l'urna
e la cifra bizzarra
oltre i sentieri antichi e l'erba nuova
oltre grida lontane di corvi
oltre steli che tremano nel vento
e venne un albero tagliato
e venne il sonno.

Così va bene grazie
a ritroso
attraverso generazioni e secoli
erbe sfuggite al faticoso seme
i millenni le ere interminabili
per riapparire ora
al cielo nudo in questa primavera
maldestramente dipinto
col grande sole falso di cartone
così va bene grazie
il senso d'ogni cosa è chiaro ora
fermo stabilito
come l'ora del turno agli infermieri.
Io sono colui che veglia
quando il mio corpo dorme
io sono colui che esplora
la pioggia sull'asfalto bagnato dalle luci
io sono colui che all'ultimo fiume
accompagna la notte
e guarda
il pettine d'argento
il molo dele anime
le grandi navi che mai salperanno
sono colui che immobile sta dietro
la vetrata nera.

Giordano Genghini
('85 – '93)

Dalì - Sogno causato dal volo di un'ape

Giordano Genghini - da Altri ritorni - Madrigali contemporanei


1.
Sarà forse domani: con un fioco
soffio di mani: un fuoco

di specchi spenti: accanto a me rimani

ancora un poco

in questi specchi della pioggia, strani
volti degli anni e dei millenni, persi

come in gorghi notturni gli universi
dissolti: e il vuoto inganno degli inganni
ora al ricordo riconosce fine

di suono sordo divelto: e il segreto
è in noi sepolto tra venti e rovine.

2.
Navi d'unghie di morti: arcobaleno
infranto: lunghe prore luminose
nello scroscio dei raggi chiari, ed acque
e radure di mari

tra steli d'oro: e d'improvviso il soffio
di cieli e stelle dall'immenso molo
libera l'universo:

minuscolo, sul palmo della mano
bianca, insetto di brina: nel mattino
fragile, al volo.

3.
Astrali azzurri nomi, luci fatue,

petali tenui di rumore: graffi
di gesti, esile traccia

sulla pista magnetica del nastro
assente:

grecaggio della mente: e in fogli strani

virati soli, corpi d'aria, voli,

nidi di mani in alberi di veli.

4.
Polvere d'astri limpidi e pianeti

negli universi: rete

d'aria labile, d'orme

s'intesse nel respiro e spersa smaglia

il campo delle forme, nell'arena
di infiniti confini: oltre foreste
di mari e di pensieri, scroscia tersa
e svanisce tra le onde la risacca
delle cose: l'immagine stupita

di germogli di stelle: e oscilla, pulsa,
vacilla,

viva fiorisce in cieli ed antri d'albe

e giorni, voce chiara: ed oltre stormi
d'orizzonti e frastuono d'ere, s'alza
brezza di luce in neri spazi: ed ombra

tra selve d'ali e suono nasce e muore

di ritorni, di un cuore.

5.

Lampade d'erba, e luci, e forme, ed ali

di foglie, ferme:

dissolti solchi di zolle racchiuse

in corpi, e bianche orme,

e nella notte lenta transumanza
d'astri gelidi e nuvole, attraverso
fiumi di spazi e valli d'universi

celate: anse del tempo ossa di vento

imprigionano in gesti: e freddi suoni
divelti
da sordo legno intorno: da millenni
un volo
d'angeli e antiche vite, in muto stormo

per i cieli,

ove dorme nel sorriso

la fonte del pensiero: morta al giorno

dei lampi

la luce gonfia: e dall'azzurro sole
notturno, d'improvviso ai campi irrompe
sgorgando dalle vene dei sentieri
la cavalcata degli alberi neri.

6.

Spaurito, nel cerchio: intorno cerco
un'ombra luminosa nella mente
verde di limo ed onde: e un arco freddo
affonda e affiora, e ancora

affonda, e rete smaglia, e serra il varco
tra pensiero e respiro: e lento ascende

al niente, mentre il giorno si fa sera:
sbagliava, primavera.

7.

Pingue nebbia di noia: nervature
d'ombre lunghe: ritorto

albero sopra la pietraia: adunca
l'unghia della radice

raschia il fondale oscuro della mente
e affonda, e in linfa langue sconosciuta

-umido giunco timido allo stelo,
esile trama d'alito- e la foglia
dall'immobile riva, in bianco gelo

a pena viva,
tra rami neri appare: e trema, e cela
sguardi, e il volto specchiato: e d'altre foglie
infinito ricamo, labirinto

d'ignoto velo: il corpo della notte
in verde cielo.

8.

Baia dell'ombra chiara: verde nave
se n'è andata, la vita: ieri, ancora
creta di risa spente: onici vaghi
di volti: ed ora, nera
presenza d'astri serici, riflessa

sopra il mare del corpo: e s'innamora
di spazi interminabili la sera

pallida di paura, ed alta sorge

la vetrata confusa, e in prati d'ali

sottile specchio di fiati scolora

al tocco delle dita: e presa, chiusa
nella gelida gola, nella roccia,
la voce attende il dono, la parola
rubata: squarcia l'anima sdrucita
da forbici di refoli di vento:
strappa forme la terra, sole il sole
nella cala delle ombre, dove cala
la tenebra: ove l'osso

perora il volto bianco della mente
e le file di denti morti: pietra,

teca, cristallo freddo e muto, niente:
tetro, il cialtrone intona uno starnuto.

9.

Nodi di fredda seta e d'oro fuso,
nodi di nervi e chiodi ed urla e frodi
all'improvviso sciogliersi: confuso
aggrovigliarsi, forse,

di momenti e di menti:

ma intrecci di respiri, e anelli, e corse

nel teatro di verdi reti: e un drago
liquido lento emerge dai sentieri
del vento

nella fossa: ma tonfi d'acqua e brago

nel lago dei pensieri, e suoni gonfi
nell'aria grigia: nodi d'intricate

gomene: ultimo segno

di navi e vele e cancellate tracce
di presenze: ma non voli leggeri:
passeri neri nel cerchio di legno.

10.

Sussurri, vetri: cigolìo di stanze

distanti: nel deserto dello specchio
danze esili: e la toga

aperta che una mano obliqua lega
nel riflesso è persona, e ad arco piega

labile corpo assente, e nella gola
cavo legno di noce una parola

pegno di luce, ancora

deriva nella gora: lontananze
d'un segno ancora, ancora d'una voce

petali azzurri

nel prato nero: nei muti sussurri
ancora danze

di maschere velate di sembianze.

11.

La pelle è di metallo: tocca, è fredda
la bocca, e più non chiama, e lento scocca
vento giallo
d'ali chiare, il respiro: alle pareti
di foglie, l'universo nasce e muore:
e nell'intrico d'ore agita il tempo
i cieli e il mondo, e sciamano le immense
ombre del cuore.

12.

Tracce di mani, vortici di volti

tra piume di pensieri: ma di notte
salpano: ma sarmenti

e sterpi e funi e la morta parete
chiudono l'arpa nella quiete, dove
rete di suono smaglia e strappa bianca

mano di stoffa: e cadono comete
soffici, sopra l'isola

di ciottoli e di soffi

lucenti, e chiara pace: ma il gigante
azzurro, dentro l'antro d'aria, tace:
in catene di nubi avvinto, solo,

le lente onde non ode: e sono spente

le navi e il vento nel deserto molo.

13.

Del vuoto ancora il grido: nell'ovale
risonante respiri: prati neri,
sonagli d'aria e argento e ferro, e cupi

dirupi della mente
ingombrano i sentieri.

14.

Vedi? l'angelo ride soavemente
invisibile, in volo: in ombra lenta

fragile rete di colori e fregi

e rami e rado verde
sul volto tenue, oltre galassie d'anni
e cieli: e, sola, l'isola, nel solo

luogo vero presente, ora: quel volto
nel mare della mente.

15.

Dunque t'attendo: per l'appuntamento
nella nicchia di tenebra: le squame
torbide nei cunicoli di rame

oltre grida e silenzi, in morti morbide.

16.

Ombra di legno: strappa il velo, appare
d'improvviso: nel volo, nello specchio
ricerca d'aria e d'acqua, balzo zoppo:

universo-gabbiano in alto, cieca
fuga, rapida corsa oltre le stelle

d'ambra e granito:

ed ali aperte sul segno e l'intarsio
di forme, a squarciatuoni:

ricaduta sul vecchio

pavimento dei suoni.

17.

E la tua mano mi conduce: ancora
salvo: nell'aria candida, oltre il vento,

la porta lenta s'apre nella luce

musica, della voce: e nel respiro
calmo, ti sento.

18.

In gocce di cristallo le parole:
forse, i respiri: escursione veloce
furtiva, foglia, voce: liberata

fuggiva, forma viva.

19.

Il viso nella rete: smagliature

d'invisibili passi: bianche crepe
sulla parete: fra vicini volti
di specchi

e ferro dentro il ferro, cerca afferra
antica luce estinta, mentre il tempo
lo governa e imprigiona: invano atteso

invano attende un nome: ingresso, uscita
nel buio angolo bianco, ala indecisa.

20.

D'improvviso, ecco irrompono le immagini
e sguardi fra le porte

spalancate, infrangendo il nero vetro,

fra voragini gonfie: e ruota sorte
d'acqua, fuoco, aria, terra:

ogni risposta è ignota: e mai c'è morte

in questa guerra.

21.

Nel corpo imprigionata si dissolve
la voce d'aria chiara: oltre la chiglia
della luna, s'avvolve
nero limo salmastro:
e sopra il lume rovescia la sponda
e in strepiti di schiume affiora e affonda
nell'acqua: e sulla riva, la lucerna
rivela il freddo palpito degli occhi
spalancati: e la carta dei tarocchi,
cifra delle onde, segno
lastricato di mani, alla taverna
precipita sul tavolo di legno.

22.

Tu non sai cosa cela l'alta porta
rinchiusa: nelle stanze più profonde
dove l'alito è avvolto nelle squame
e la traccia di luce non conduce
che a radure
sorde: tu parli, avvolto nella scorza
del volto, della forza: ma non eri
nel recinto sepolto, dietro i neri
ricami d'onde: tu bonsai, ma parli,
forma conclusa: ma oltre le pareti
solo la tua domanda ti risponde.

23.

Sento il peso del corpo, e dure zanne
sorgono a un tratto nella gola: siedo
e segni vedo e cerchi in pietra, e attendo
l'urto profondo
del sogno oscuro: irrompe, è spento il mondo
nella sera che incede: e il cielo vola
spinto dal nero vento
tra false nubi: e sbuffi
di canto, e strane stoffe, e stretti passi
sul legno dei pensieri: oh! Il soffio attuffa
ciuffi e glifi di rose,
e in groviglio s'azzuffano le cose.

24.

Fa' che non torni il giorno dai contorni
torvi: l'uscio si chiude, grigia grata
imprigiona la mente:
dov'erano le onde, sordamente
sciambrotta la belletta negra, e gridano
corvi, anime perse alla deriva:
oscilla nella stiva della notte
il vascello sepolto
nella rada… ma ora
ascolto ali ascolto mani ascolto
il ruscello ed ancora ascolto i verdi
coralli nella tersa acqua del volto
sconfinato: e le dita mi attraversano
e il bosco folto dei respiri ascolto
e foglie d'aria e sussurri: e si perde
fra monti in oro e azzurro
la parvenza del palpito: ossa e mura
di paura e di assenza
crollano: e immensa altura è cielo verde
dissolto: rispecchiato, il volto dura
nel mare d'erba pura, capovolto.

25.

Il gigante seduto: nella sera
stormi di luce fra le guglie grigie
della stanza, e silenzi
dentro l'ombra, nascosti:
e sguardi e suoni e falsi cerchi d'oro
tra siepi di velluto: like a bird
on the wire, tace, ascolta, è fermo,è solo
il gigante, di spalle: oltre le grigie
luci, intricate tracce di rumore
nella stanza:
e dischiude la mano il lento volo
oltre le tende e il tempo,a oggetti e spazi
confusi, nella stanza ingombra: e intanto
controluce, il gigante, in lontananza,
visto di spalle, è solo, è vecchio: obliqui
nella curva penombra, oltre lo specchio,
segni: immagini, forse, di un istante
presente, che non muta: forse, nera
nebbia distante.

26.

Sembianti inermi, valichi di specchi,
nuvole d'occhi, fermi
nei volti: mormorio stanco di maghi
e fiati di flauti
varcano i sogni folti: e cauti draghi
in vacillanti luci di voragini
chiare, e laghi d'immagini
in cieli capovolti.


27.

Oceani s'avviluppano irrequieti
nel sole, oltre le mani: la brughiera
… the moor
is dark: gelide reti nella sera
svanita intricano rami e pensieri
umidi, e l'aria spenta
incaglia strappa arronciglia: e le dita
la fossa d'acqua attende: al passo breve
fiorisce ghiaccio il prato, bianco d'onde.

28.

Semi di nebbia, nodi d'oro e fiamma
e onciali segni: mura alte di sogni,
lame di luce viva oltre la riva
nascosta: al sole correre, e negare
e la risposta,e l'ombra,e il cielo,e il mare.

29.

E invano cerchi il centro, invano cerchi
il varco in sogno vano:
la nave è morta foglia oltre la soglia
del niente,ed oltre il foglio è già la mano:
segretamente, in cerchi, guardi assente
fra specchi di metallo e nere danze
ripetute… non alberi d'argento:
chiome di fumo e maschere di vento.

30.

Riccioli verdi, eh, dici? e non capisci
se scherzi:
se, riccio aperto, lieto ti diverti
in brezze e in versi, o versi in frasche d'acqua,
in fontane: o in capriccio,
fruscio d'uccello: guscio
sottile aperto, oh bello! e dietro l'uscio
riaverti:
credimi, cose strane,
spruzzi barocchi, verde
guizzi di crine alpestre:
occhi, trine, finestre.

31.

L'urto del vento lacera la vela
in ventagli di neve, e nella nera
luce scoscesa, beve
l'ombra fonda del sole: ed onde bionde
indorano ora i raggi: il fiato lieve
del giorno, ora rinato,
induce ad altri viaggi: ad un ritorno
oltre le porte
dell'oceano dei sogni, a navi e legni
di raggi d'oro, d'intrecciati steli
in luminose gomene ritorti
fra le sartie ed i veli: oltre le bolge
e i viluppi del porto,
dirupi, valli, gelo avvolge il sole
in bianchi nastri, e nubi strappa il vento
aggrovigliando i vertici dei monti
nell'acqua antica, in chiari
vortici: e soffia, e travolge strinati
relitti di tramonti, cieli ed astri,
tra spirali di mari.

32.

Ora le tempie sfiorano del tempo
stormi di luci
e il mondo tace, ed intendo sul volto
un ventar d'ali, ed al chiarore stanco
densi rami offre al volo
l'albero della pace: e di polito
argento ricamata alba riluce
ed ornano le notti
nubi di seta e d'oro: l'universo
s'apre, morbido, in musica infinita
e forgia forme
di resina forbita ed aria, e labili
orditi di lucenti filigrane
e d'azzurri velami: oltre la soglia
invisibile, s'apre e corpi schiude
tra lievi tracce
di luce immacolata, dove giace
l'ombra abbracciata al sole: dove dorme
nella nicchia, la voce
e dita brune tessono le foglie
e i germogli del cuore
dischiude in noi, donandoci monili
d'ultimi astrali voli
di nubi e seta ed oro e di respiri.

33.

Ecco, il mio vuoto colmano le immagini
vuote: ringrazio, antica sera, il dono
ripetuto, lo stampo delle voci
di maiolica fredda, il morto suono:
qui, nella mente, io abito, lo vedi,
amica: un sordo saio di pensieri
ricopre il corpo-mare: e la tua luce
arabescata, lucciola sul niente.

34.

Ma ora ascolto te, mia cara, amore:
nella selva dei volti e delle mani
aperte: petali d'alito, stami
di lievi sguardi in fiore, e bianche perle
di sillabe velate: e nel vederle,
cieco, dorme stasera
il vento dei pensieri: ascolto voli
molli, di suono ed eco: calma attesa
d'accese luci, folli
soffi di sogni nell'aria distesa.

35.

E tu chi sei, che appari nella strana
bellezza umana? tu che pari vento
quando ti sento: e il lento
cerchio s'apre nel cuore: e nella mente
il dubbio tu riaccendi sull'oscuro
veto del tempo, oltre il muro ed il vetro
strinato del futuro: e taci, e ascolti,
e sciogli il velo che imprigiona i volti.

36.

Ritorna l'ombra della croce: a monte
cigola il ponte teso sopra il cielo
dell'istante, riaperto alle domande
e il segno eterno, minuscolo e grande
dell'universo, è lucciola alla mano…
Non mi seguire: non so come il mare
delle forme s'addensa in tempo umano.

37.

Suono di lente corse: nello specchio
invisibile, forse,
altre strette di forze, e fiati, e mare:
ma corazze di corde, nel volare,
imprigionano le ali: e il tempo morde
l'altra luna: nel secchio, dietro il tempio
di morbido metallo, occhio del niente,
la gabbia d'aria e ferro della mente.

38.

Ci rivedremo? v'ha accolto la sera,
cari: non forme o suoni, aria leggiera,
orme di luci spente nella vita
svanita, fiori ed erbe
che verde primavera in soffi sperde.
Siete svaniti: insieme, oltre la chiara
ombra del cielo: e vi ricopre il velo
sollevato sui sassi e le acque e i passi
del passato: tornati oltre le porte
che il vento d'oro ora chiude, e la morte
suona il dolce suo flauto, nel ritorno
della notte lucente, ala del giorno:
di voi mi resta un suono
assopito, di immagini: presente
nella pianura chiara della mente.

39.

Voglio restare accanto a te: non voglio
perdermi in canto giallo
fra rondini nel cielo di cristallo
spezzato: voglio toccare le mani
ed il volto, e la voce: ora, domani,
mentre il sole ritorna e erba di prato
germoglia: e nuovo è il tronco, lieve
trama di corpo, e verso il giorno viene
giovane,e già s'inoltra nella vita
il figlio da noi nato, e andiamo, insieme,
cercando una speranza senza fine,
tra grida di battaglie sul confine.

Sarà forse domani: dalla sera
si schiude un'altra notte: ora riposa
lo stormo inquieto di forme e di mani
che irrompono nel volto cancellando
i ricami dell'alito e le orme
di luce: è notte, ascolto
le sillabe del cielo, e le alte stelle,
e le bianche acque calme:ascolto il vento
ma è terra il corpo e trema, argilla nuda:
è cava tartaruga il tempo: dorme
su un azzurro guanciale nostro figlio.
E' lontano cento anni il nuovo giorno
e un miliardo di secoli il ritorno
dall'esilio.

40.

Dimmi tu chi era in preghiera: chi c'era
nella luce tua prima:
dimmi chi c'era, prima del respiro,
nel mistero tuo vero
oltre il chiarore teso sulle soglie:
dimmi chi s'era celato, chi c'era
tra velami di foglie e rami e rose
di vita che destando forme e cose
s'aprì nell'alba nera: ombra di mani
bianche, in paziente attesa
di onde di primavera nel domani.

Monza – Maggio 1994 [edito in proprio]

Poesie di Flavio Ballerini (in memoria)


Da qualche onirico terrazzo bianco
stazione ottica dei sogni aperti,
ancora ritransitabili a notti
inoltrate su crocevia
ove solo il soprassalire muta,
quei bianchi terrazzi ov'ero lì e altrove
insieme, affacciato su altri sogni
immortale e in medesima luce
nel lieve stupire primaverile,
vissuti con la materia dei sogni
eppure ricordati come eterna
promossa felicità!
Vissuti davvero quando ritorno
sorpreso improvvisamente in balìa
inafferrabile intemporale.

30 marzo 2003

*

Grigio che confonde cielo e orizzonte
consuma la collina nel risucchio
del suo verde umido già digerito
dai moli di sera una rosa luce
lacrima oltre la campana velata
traspira sangue un cosmico delitto
per pochi minuti o un parto divino

*

Libero dentro il guscio e solitario.
Ho sentito tutti i miei cari morti,
mostratogli la fonte del disagio
come infelice fuori dall'intero –
fuori dopo la pioggia miagolava
come un grido di dolore nell'aria
mutata e dolce una gatta d'amore
lo strazio che non puoi non ascoltare
Non mi resta altro che essere presente
oggi dentro e dopo tutti i congedi
Sopra il ponte del Miralfiore l'aria
disse d'esser la vita del pianeta
oltre l'umano. Tutto muta e si può
uscire dalla propria forma un poco
e in quell'allora nell'oltre guardare
e accorgersi forse di un altro fare…
Umili e leggeri oltre il terribile

*

Mai mi sono sentito così solo
Ed è una notte così bella nera
e luminosa di luna crescente
con tutto il cielo la stella più grande
si avvicina se la guardi alla terra,
l'aria è fresca e gli alberi della piazza
tremolano un'onda frusciante efferve
ovunque e il piacere di questi attimi
offre di starci insieme anche nel sonno.

*

Non si sa dove se ne sono andati.
Ed io non sono da allora più io.
Né confuso conosco quel che resta
nella scia di scomposti agglomerati
svaniti via, sol qualche monca memoria
qua e là nella geografia del vuoto
Appariva come una penisola
(ben ancorata a solida storia)
poi smisurabile fu il suo confine
ed arcipelago che s'allontana.
Per dubbie derive. Non sono più io.
Mi sembra un bel po' che mi cerco.
Fu quando la corrente si raffreddò;
Ad est del golfo non c'era più sale
fiumi d'acque dolci scendendo dai poli
le primavere incerte svanivano
il ghiaccio avvicinava tutti i cuori
sorrisi si stampavano di pietra
sospesa come nel gatto di Alice.
Segni d'allarme, sogni suoni di chiurli
campane gufi inascoltati ed urli
furono disseminati nel tran tran
………………………………..

*

(Per Kostas Kariotakis)

Per compensare tutto questo sole
d'aprile leggerò un poeta triste
la cui luce diverrà meno tetra
più attutita la vacuità del giorno
Resterò con i versi come in chiesa
-anche se dinnanzi a un inquieto mare –
in attesa che lo spirito aleggi
e come in una sentita preghiera
un angelo delicato e deciso
aprirà il cuore alla più pura pietà
Questa è la carità che voglio offrire
alla spirale nera dell'anima

[finalista al Premio "Paesepoesia",
Belvedere Ostrense 2005]

*

Pure come invisibile radice
sorprende ai varchi un puro domandare
ove l'alieno allea forma che muta
oltre il noto che si infissa vorace
cibo a perpetuare la stessa fine
l'uguale fuggire il Logos vivace

(a Felice Serino su "L'ombra")
11 luglio 05

Flavio Ballerini

*

Non ricordo se riflesso dal vetro
o se fu folgorazione dell'ombra
o se vidi me specchiato dall'alto
per un istante nel limpido fiume
ricordo però la curva del cranio
le linee assorbite di schiena e spalle
io vidi ciò che mai prima non vidi
il profilo la posa in un unico
familiare ed estraneo interrogare
il mondo intero attorno
come la parte chiede al tutto cos'è
io vidi di mela formalo stampo,
vivo, fatto di antica attesa, forte,
come non fosse tutto quel che non è,
stampo dell'antico a sé, il doppio
il precedente
impronta emersa dall'ombra nell'ombra

*

Tutta la notte sogni ruotavano sulla poesia il poetare
Sono giunto là dove nasce il vento
alla curva del sogno
all'esterno pervade l'aperto
-da sopra le curve degli alberi
nell'inoltrato rimbomba
in altro modo il tempo

dicembre '01

*

Se io posso dirti son io ascoltami
sono innamorato del tuo ascolto
e della tua vera voce
E tu mi dici che la tua vera voce
non è quella vera ma una fra le tante
Io so che rideremo insieme
e la risata risalirà i sensi
come il suono di una cascata
su per le valli dell'Acquacheta
anche gli abissi
rideranno

Flavio Ballerini

*

Bibliotecario, filosofo, libraio nel campo delle teorie e terapie olistiche, poeta, scomparso improvvisamente il 3 dicembre 2006, pubblica nel 2001 "Versi licantropi" che raccoglie poesie e prose e che diventa, in collaborazione col musicista Michele Donati uno spettacolo teatrale e un CD.

POESIE DI ENRICO BESSO (EBYWEB) IN MEMORIA


S'ATTARDANO I CHIARORI DELLA SERA

S'attardano i chiarori della sera
ed è un incendio rosso il vecchio molo.
Giù alla marina l'aria è a pizzicotti,
ghiaccio a cristalli è il sale sulle labbra.

In questi tardi giorni di settembre
spiuma nell'onda l'ultima illusione,
quella promessa al buio sottomuro,
la fuga degli sguardi sul domani.

Pesa sul cuore questo mare scemo,
che prende e poi riporta ciò che ha preso,
pesa anche il tonfo sordo del silenzio

e questo vecchio immobile pontile.

Risillabo tra i denti piano un nome
e in me si muore l'ora della notte.

*

IN QUELL'ANDARE A STRUSCIO MURO D'OMBRA

In quell'andare a struscio muro d'ombra,
sfugge, tra un battito di ciglia e l'altro,
l'ora del giorno che si appresta a sera
e mi dolora, genuflesso, l'ansia
nel dormiveglia tra la pietra fredda
e l'incartare del sole in persiane
rigate a coltello dal vento.

Come
il muso del cane, che mi somiglia,
scompiglio l'ombra a questa vita morta
nel segno dei miei denti sulla mela.

*

LA MIA ISOLA

Confina a nord con l'orizzonte
l'isola che il male, a sud, lentamente
consuma
e all'onda, il gesto,
straniato anche Dio,
è un passo incerto alla battigia, stanco.
Riscatta il tempo, la sopravvivenza,
rabbrividisce al volgersi, la fine,
ché di perpetuo non esiste il moto
e nell'oscillazione è l'amarezza del domani

di quest'isola mia.

*

SMURO, A TRE PASSI DA UN'ORA QUALUNQUE

Smuro,
a tre passi da un'ora qualunque,
l'intrigo complice delle stagioni ormai perdute
e in questa vedovanza di sorrisi,
al gelo arato di rughe,
lascio le stoppie scritte a bordo pagina,
cariate da menzogne dolorose.

Oh possa io confondermi di nulla
migrando sulla rotta delle rondini,
oltre l'icona della sofferenza,
ortogonale a un tronco di carrubo.

*

DILAVA LA PIOGGIA DAI VETRI

Dilava la pioggia dai vetri
che già declina, obliqua,
l'ombra nell'incorruttibile sera,
dal ballatoio sul cortile.

Non sento il tuo odore da un anno
e prigioniero dei ricordi fiuto,
come un cane randagio,
ogni angolo del nostro letto.
Spengo la notte nei lampioni
di strade che non conoscevo
e il giorno mi sorprende vivo
col cuore appeso ad un bicchiere.

*

ABITO, PALUSTRE, LA CODA ACCESA DELLA LUNA

Abito, palustre,
la coda accesa della luna,
il semicerchio stillante
a graffiare la notte con le dita,
la polvere di stelle tra le cosce.

Ho scoperto la morte, bella!
-Vuoi forse fare l'amore con tua madre? –
E l'ho odiata. Poi, sono andato a spasso nel cervello,
attraverso il naso, l'occhio,
fino a palpare il sesso dell'ipòfisi,
orgasmo di una sega circolare.

Ora, sono così come mi vedi,
-un non vivo- e siamo in tanti,
ci diamo appuntamento al buio,
guarda, l'ultima a destra è la mia stella,
quella dove scrivo, vivo,
tutte le mie poesie.

*

LO SPECCHIO NON RIFLETTE PIU' CHE GLI OCCHI

Lo specchio non riflette più che gli occhi
e smascherato il viso al giorno,
schivo, nell'estro di luce,
l'ansia rubata di soppiatto al buio.

Non puoi conoscere quel vuoto
-a richiamare con la mente un gesto
e abbandonarlo, vinto,
ché anche una lacrima è fatica -,
non puoi.

Hanno le mani piccole i bambini,
piccole mani ad inventare grandi sogni
sui vetri appannati di fiato,
la morte è altrove.

*

A FISSARE INDELEBILE NEGLI OCCHI

Di questo ferragosto – avanti un passo
lungo le diagonali in mattonelle grigiorosso sporco –
ricorderò la balconata a mare
e il cielo a picco nell'alga che si piega a cartapesta stinta sugli scogli.

C'è l'agonia dell'onda lasca,
al ritirarsi lento dell'acqua,
in rassegnata attesa della fine.

-Clicco su pause, fermo immagine,
a fissare indelebile negli occhi questo istante. –

C'è un pò della mia vita
nel sale a scaglie che rimane.

Nell'aria a graffi e brividi, lontano,
a pelo d'orizzonte oltre lo sguardo,
la sagoma sfocata di una nave.
Sarà la vita che continua o forse
la vita che, passata, è andata via.
.
(Rivoli-To, 8.12.1957 – dic.2019)
.
https://farapoesia.blogspot.com/2008/01/enrico-besso-e-gli-anni-di-vento.html


Gianpaolo G. Mastropasqua 

Gianpaolo G. Mastropasqua (Novembre, 1979) Psichiatria e Maestro di Musica, clarinettista, è nato a Bari.

Eugenio Montale

Spesso il male di vivere ho incontrato


Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato. 

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